Lettera pubblicata dal NUOVO QUOTIDIANO DI RIMINI – 30 dicembre 2013

“Ho appreso del clamore suscitato in rete dalle affermazioni di una studentessa malata, con la quale condivido la sfortuna di non aver avuto la salute in dotazione. Anche io convivo con una malattia che mi ha costretta a flebo di cortisone, a terapie pesanti, a rinunciare, per esempio, a vivere un sereno Capodanno, o la vigilia di Natale (se mi devo fare una puntura che mi scatena sintomi come la peggiore delle influenze è ovvio che me ne debba stare a casa), in quanto devo sottopormi cronicamente ad una cura fastidiosa, di cui alcuni lavori scientifici, tra l’altro, mettono anche in dubbio l’efficacia.
Mi sconfortano le parole offensive verso la studentessa, poiché educazione e civiltà sono valori imprescindibili. Tuttavia, contrariamente a lei, troverei umiliante per me stessa farmi fotografare con una flebo attaccata alla vena: pertanto metto in rete una foto in cui appaio sorridente, anche se molto spesso sono tutt’altro che serena o in salute. Detesto le strumentalizzazioni di qualsiasi genere. Siccome sono malata mi informo, e leggo ad esempio che non ci sono ancora cure per le forme progressive di sclerosi multipla: è un dato di fatto (fonte: AISM).
Grazie alle mie conoscenze scientifiche sono persuasa che, anche per le malattie più agghiaccianti, ossia delle quali non si conoscono le cause e che riducono fortemente la qualità della vita, sia proprio la sperimentazione sugli animali ad allontanare le soluzioni e la guarigione per i malati. Sono spesso malattie croniche, che costringono i pazienti e le loro famiglie ad una vita drammatica. Inoltre, le terapie sono molto costose per il SSN. Se si abbandonasse un metodo fuorviante e ci si concentrasse sull’uomo, i progressi della scienza sarebbero più rapidi ed efficaci: io spero risolutivi.
D’accordo con i miei parenti ho donato il cervello affinché sia studiato dopo la mia morte. Se c’è un modo di capire le cause, e di guarire anziché curare guarire gioverebbe ai malati, e anche al bilancio dello Stato, della Sanità, in definitiva dei contribuenti!), dovremmo cominciare a studiare tessuti umani e anche gli organi post mortem. La soluzione migliore è sempre la prevenzione che, finché non sono note le cause, non è attuabile.
La dott.ssa Candida Nastrucci, biochimico clinico (DPhil, Università di Oxford, Grant Holder Fondazione Veronesi), aggiunge che per quanto riguarda le malattie genetiche, non è possibile determinare quali tipi di terapie avremmo potuto sviluppare usando tessuti o cellule derivati da esseri umani o dallo stesso paziente.
L’uso di animali potrebbe anche aver rallentato il progresso della ricerca per trovare cure per malattie umane. Il futuro è la medicina personalizzata, che sfrutta le differenze genetiche interindividuali per capire il funzionamento delle malattie umane.
Per queste ragioni negli altri Paesi si investe sui metodi alternativi: per esempio, il National Institutes of Health (NIH) degli Stati Uniti ha finanziato con 6 milioni di dollari un progetto rivoluzionario per la mappatura del toxoma umano, con l’obiettivo di sviluppare test tossicologici per la salute umana e ridurre i test su animali.
Non credo che i rimedi ai mali umani stiano nello studio fatto su esseri viventi diversi da noi: e tutto questo lo vivo sulla mia pelle. La sperimentazione animale può essere anticamera di cocenti delusioni. Ve ne sono molti esempi, anche riguardanti farmaci in commercio”.
Susanna Penco (biologa, malata di sclerosi multipla)
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COMMENTO IN MERITO, A CURA DI ONIDE VENTURELLI – VICEPRESIDENTE ASSOCIAZIONE VEGETARIANA ITALIANA
Premesso che concordando totalmente con le considerazioni espresse dalla dott.ssa Susanna Penco, ritengo necessarie alcune riflessioni. Negli ultimi anni un numero crescente di cittadini, anche grazie alle informazioni divulgate da ricercatori scientifici qualificati, si dichiara contrario alla vivisezione. Secondo un’indagine Ipsos in Italia soltanto il 30% circa degli italiani ritiene la sperimentazione scientifica sugli animali del tutto accettabile e proprio il 31 luglio scorso la Camera dei Deputati, quasi all’unanimità ha votato la legge delega che vieta alcuni tipi di esperimenti sulle povere cavie da laboratorio.
Da allora i ricercatori favorevoli alla “sperimentazione scientifica” sugli animali non umani stanno tempestando il Governo di lettere di protesta, chiedendo che la legge non venga definitivamente approvata perchè “mette in pericolo la scienza nel nostro Paese”. Questa mobilitazione ha fra i protagonisti l’Airc (ricerca sul cancro), Telethon (malattie genetiche), Aism (sclerosi multipla), il Gruppo 2003, il direttore dell’Istituto farmacologico Mario Negri Silvio Garattini. La legge, già approvata anche dal Senato, recepisce una direttiva europea del 2010, che regolamenta l’uso delle cavie nei laboratori. Questa direttiva vieta che le procedure sulle cavie siano svolte senza anestesia, fissa standard per l’allevamento, chiede che i ricercatori ottengano l’approvazione di un’autorità competente prima dei test.
Il testo della legge varato prevede inoltre il divieto dell’allevamento e uso di cani, gatti e primati, delle ricerche sulle tossicodipendenze, degli xenotrapianti. Ed è sopratutto questo divieto ad essere osteggiato dai ricercatori che utilizzano gli animali, dato che una delle metodologie più usate consiste nel trapiantare cellule tumorali umane nei roditori o altri animali per poi testare trattamenti oncologici e che 100 milioni di euro sarebbero a disposizione dei laboratori impegnati nella “lotta” ai tumori, per ricerche dai risultati dubbi se non in molti casi fuorvianti.
Emblematico il caso Cronassial (sul quale forse non si è indagato abbastanza) messo fuori legge (le autorità tedesche misero in relazione il Cronassial con l’instaurazione di una malattia, la sindrome di Guillain-Barré che paralizza gli arti e uccide un paziente su dieci) dopo essere stato per anni il farmaco più venduto in Italia e avere fatto aumentare in modo esponenziale il fatturato dell’azienda produttrice.
Mentre invece questi 100 milioni di euro, con l’ adozione della legge votata in Parlamento, potrebbero essere dirottati verso altre metodologie scientifiche.
In questo contesto si inserisce il video pubblicato da Caterina Simonsen, 25 anni, malata di gravi infezioni respiratorie, studentessa di veterinaria a Bologna. Per sgombrare il campo da ogni possibile equivoco dichiaro di essere convinto che Caterina, alla quale vanno i miei più sinceri auguri, abbia agito in piena autonomia e non sia stata nè imbeccata nè pilotata nella divulgazione del video in cui narra la sua sfortunata situazione. Il fatto è però che, approffittando della violenza verbale perpetrata dai soliti idioti nei confronti di questa studentessa, si sta scatenando l’ offensiva dei sostenitori vari (molti interessati in un conflitto di ruoli ed interessi) delle pratiche vivisettorie che, con vari lobbistici appoggi stanno spostando il dibattito non dimostrando che la sperimentazione su specie viventi sensibili e senzienti porti risultati utili agli umani, non nasconda invece interessi economici giganteschi, o sia invece una pratica che può dimostrare tutto ed il suo contrario.
No, la polemica è stato spostata sulle frasi offensive ed assolutamente da condannare rivolte a Caterina. Come quando si indica la luna e poi si osserva il dito e non la luna stessa.
Conclusioni:”A pensare male è peccato, però parecchie volte s’indovina” (Frase attribuita ad un sagace politico italiano di primo piano recentemente scomparso).

Onide Venturelli
vicepresidente Associazione Vegetariana Italiana