Credo che mai nessun detto popolare sia stato così male interpretato come “Medico pietoso fa la ferita infetta”. Il tutto nasce da una confusione, spesso voluta, tra i concetti di sensibilità ed emotività. Non esiste alcun dubbio che il medico non debba essere emotivo. Guai se di fronte alla vista del sangue, oppure in una situazione drammatica e a rischio per la vita di una persona, il medico dovesse emozionarsi e magari svenire o scappare. È però altrettanto vero che non dovrebbe mai dimenticarsi, che di fronte ha una persona che soffre e non una malattia. Quindi il medico non deve essere emotivo, ma sensibile e in grado di riconoscere la sofferenza. Un esempio antipatico di questo errato atteggiamento mentale che predilige l’aspetto tecnico a discapito di quello umano, si può osservare in alcuni ospedali quando, ad esempio, il signor Rossi viene chiamato “il letto numero 5”. Questo atteggiamento di distacco emotivo rispetto ai pazienti, spesso, è un meccanismo di difesa dei medici nei confronti della malattia.

Confondendo le persone con i letti, ossia con oggetti, riescono più facilmente ad allontanarsi dalla sofferenza: è noto infatti che gli oggetti non provano dolore. Questa spiegazione è la più benevola, poiché il medico non è consapevole del meccanismo di difesa sopra descritto. Ma non sempre succede così. Altre volte ho l’impressione che la storia del “medico pietoso fa la ferita infetta” sia un comodo alibi per mantenere un atteggiamento superficiale e sbrigativo nei confronti dei pazienti. In tutti questi casi è fondamentale la personalità del medico, ma anche la formazione che ha ricevuto. Il nostro comportamento infatti è profondamente influenzato dalle esperienze che facciamo nella vita e quindi il condizionamento, positivo o negativo, che un medico riceve a livello universitario diventerà fondamentale nella sua pratica quotidiana.

Un esempio per tutti. In Canada i neurologi che frequentano la scuola di specializzazione, possono per mesi decidere di non frequentare più le corsie degli ospedali, ma svolgere attività di ricerca: alcuni di questi scelgono di andare a lavorare nei laboratori dove si compiono esperimenti di vivisezione.

Qualche anno fa, alcuni psicologi hanno sottoposto a test questi neurologi. Il risultato fu che, dopo i sei mesi trascorsi a compiere od assistere ad esperimenti di vivisezione, i medici erano diventati meno sensibili alla sofferenza delle persone.

Fino ad ora ho presentato delle riflessioni legate ad aspetti deontologici. Analizzando il rapporto medico-paziente, ritengo però sia interessante osservare anche un aspetto pratico un po’ paradossale. Ogni lavoratore è molto attento a mantenere buone relazioni con chi gli assicura il guadagno, ossia con il cliente.

Questo vale, ad esempio, per l’avvocato o l’architetto, ma anche per il cartolaio o il panettiere. I medici invece, a volte, dimenticano che non solo devono trattare i propri pazienti con rispetto e sensibilità per una questione deontologica, ma anche perché questi ultimi sono anche i loro clienti, ossia quelli che gli permettono di portare a casa i soldi per vivere.

Tutto ciò, dicevo, è un po’ paradossale perché altre categorie di lavoratori utilizzano sempre una sorta di “sensibilità interessata”, anche quando non è direttamente legata al proprio lavoro, mentre proprio i medici, la cui sensibilità dovrebbe essere la colonna portante della loro professione, se ne dimenticano. E allora ben venga l’insegnamento della Psicologia delle Facoltà di Medicina, soprattutto se servirà a far apprendere agli studenti gli spetti legati alla comunicazione. Perché la sensibilità verso gli animali non è solo un atteggiamento umanamente dovuto verso persone che soffrono, ma anche un aspetto indispensabile per un ottimale funzionamento delle terapie.

È infatti stato dimostrato scientificamente che, ad esempio, un farmaco poco efficace ma proposto dal medico nella maniera più convincente, può funzionare meglio rispetto ad un altro più efficace, ma proposto in maniera sbrigativa e meccanica. E tutto ciò è condizionato proprio da una buona o cattiva comunicazione da parte del medico.
E ancora ben venga l’insegnamento della Psicologia, se agli studenti verrà insegnato che le dinamiche tra le persone sono molto più complicate, rispetto a quanto potrebbe sembrare ad una analisi superficiale. Al medico non spetta solo il compito di porre una diagnosi e comunicarla al paziente, ma anche quello di convincere quest’ultimo a lottare nella maniera migliore per sconfiggere la malattia. Prendiamo ad esempio i tumori.

Comunicare ad una persona una diagnosi di questo tipo equivale, da un punto di vista psicologico, a metterla davanti ad una possibilità di morte, anche se sappiamo benissimo che alcuni tumori ai giorni nostri hanno una prognosi abbastanza favorevole. Se a questo, il medico aggiunge una comunicazione formalmente sbagliata, tutto ciò potrebbe equivalere per il paziente, ad una sentenza certa di morte. Il “buon” medico allora non è solo colui che cura mediante le terapie, ma anche colui che riesce a far uscire le risorse che i pazienti hanno nell’affrontare le malattie.

Allora è importante e utile lo sviluppo tecnologico e le maggiori possibilità terapeutiche, ma, a volte, non guasterebbe tornare alla vecchia immagine del medico di famiglia: medico si, ma anche amico e a volte “confessore”. Tutto questo si può fare senza rischi di lasciare le “ferite infette”.

Dott. Stefano Cagno
Articolo tratto da L’Idea Vegetariana N. 139 del 15 giugno 2002