Claudio è un contadino dall’età indefinibile, i segni sul suo volto, se ce ne sono, sono nascosti da una folta barba. Nelle fotografie che mostra raccontando la sua storia si vede un bel ragazzo degli anni ‘60-’70, jeans attillatissimi e colletto a punta, la faccia un po’ sbruffona e sensuale, le pose da padrone del mondo. Ma il destino è in agguato. Durante una vacanza con gli amici, Claudio incontra una ragazza, che chiama “la ragazza dei ciclamini”, il caso vuole che la debba accompagnare a casa e qui scopre che vive in campagna, coltiva la terra, si occupa con scienza e cultura delle piante e dell’ambiente. Non ci vuole molto tempo perché Claudio colga nella sensibilità della “ragazza dei ciclamini” un richiamo che diventerà poi per lui un imperativo, perché: «Avevo la testa piena di niente». Comincia a studiare finché compie una deviazione dal suo ordinario percorso di vita, compra un pezzo di terra, si tira fuori dal “vortice” della vita come l’aveva condotta fino a quel momento. Lo incontriamo 17 anni dopo quella deviazione.
I titolo del film di Giorgio Affanni e Andrea Grasselli “Il vortice fuori” significa proprio questo: «Ho lasciato il vortice e mi riprendo la MIA vita». È un film del 2013 che lo scorso settembre ha vinto il Concorso Cinematografico Internazionale “Food Film Fest” di Bergamo.
Il film accompagna il protagonista Claudio Beltramelli durante un anno della sua vita a contatto con la natura: all’inizio lo vediamo chino su un semenzaio a seminare 3000 piantine di pomodori, zucchine, fagiolini… e nelle ultime sequenze lo accompagniamo al mercato a vendere il frutto del suo lavoro tra i quali corposi fichi e poderose zucche.
Un percorso, quello di Claudio, totale quanto smozzicato, per molti di noi che riescono a vivere un pezzetto di natura solo durante le vacanze e i week end.
Nella cornice quasi orientale, degna di Katsushika Hokusai, pura contemplazione della natura che lo circonda, con le montagne lombarde che si rivestono di luci a seconda delle ore del giorno e della stagione, scopriamo la vita quotidiana di Claudio ed entriamo nella sua dimensione, grazie anche a brevi didascalie con cui lui stesso commenta la giornata. Comincia con una colazione a base di frutta, un bel melone succoso, e ci dice: «Se vuoi energia pura devi mangiare energia viva». Pronto per l’orto e il frutteto, ci accenna alle sue vicissitudini con il grillotalpa che gli ha spesso distrutto parte del raccolto. Ma non è arrabbiato, un po’ ironicamente commenta: «Essendo anche lui vegetariano…». E poi una frase illuminante: «La terra, anche se l’ho comprata, non è mia…».
Conosciamo così anche i suoi cinque gatti con i quali condivide la giornata, vediamo come li nutre e li cura e mentre prende manciate di terra dalle mani nodose e segnate, mentre nella sua cucina sta andando una polenta macinata di fresco cucinata all’antica con tanti cavoli che “fermano l’acidità del mais” creando un pasto equilibrato e nutriente.
Sì, perché nulla nella vita di Claudio è a caso, o almeno così sembra: ha studiato e continua farlo per approfondire il discorso nutrizionale, il rapporto tra cibo, natura, mente e universo: tutto questo con in mezzo l’uomo, e la sua capacità di scegliere.
La salute ,Claudio la esercita ogni mattina anche facendo ginnastica, in contrapposizione alle posture forzate che deve assumere lavorando il suo appezzamento di terra, non piccolo, tutto il giorno e senza macchine: «Il verde è taumaturgico: su queste zolle ho pianto – non mi vergogno a dirlo – seminavo nel dolore e raccoglievo nella gioia».
Lo vediamo fare anche il bagno nell’acqua fredda e tonificante della piscina che si è costruito, collegata a una turbina che gli dà energia elettrica per il suo fabbisogno. Lo osserviamo anche fare legna usando quello che il bosco gli offre: ceppi, rami e tronchi, senza bisogno di pesanti disboscamenti.
Ma forse il momento decisivo per unirci con simpatia al protagonista de Il vortice fuori è quando ci fa vedere come passa il suo tempo libero, la sera: sta facendosi un tappeto al telaio, per questo fila con il fuso il residuo del suo taglio di barba e di capelli e lo fa diventare ordito del tessuto che viene fuori via via dalle sue mani.
E dice, ancora: «Ti annoi? Ma come fai? Hai cinque sensi!» Dopo tutti questi anni di vita, costruita palmo dopo palmo esattamente come voleva, sorride al pensiero dei vortici nei quali siamo presi tutti, e di come sia facile non accorgersi di questa immensa lavatrice sempre fissata sul comando “centrifuga” che ci scuote e ci fa girare lasciandoci, appunto, ben strizzati. «Adesso sono felice, alcuni dicono che sono regredito, per me sono andato avanti».
Il vortice fuori ci mostra la possibilità reale di vivere in tutt’altro modo rispetto al consueto. Irreggimentati nelle città, inconsapevoli di quello che portiamo alla bocca e di quello che ci entra nel cuore, siamo troppo presi da altro e distolti dalle cose importanti, le più importanti. La società in cui viviamo si fa carico del nostro sostentamento ma qualcosa, ora più che mai ce ne rendiamo conto, non funziona, bisogna ripensarla daccapo.
È interessante che il premio del Film Food Fest sia andato a questo lavoro che parla pochissimo di cibo e molto di vita e di contemplazione della natura. È un riconoscimento importante, un segnale da cogliere e rilanciare.
Ciò che ha permesso di allontanarci così pesantemente dalla natura e dalle sue istanze e dalla vita degli altri animali è stato proprio il filtro del cibo, una cosa all’apparenza limitata ad alcuni momenti della giornata, trascurabile, e che invece determina quasi tutto: la spesa, la salute, l’incontro con gli altri, le ritualità sociali e familiari, il sentirsi bene. Chi ha deciso di premiare il film, questo collegamento l’ha fatto: quello che mangiamo è la vetta estrema di una montagna che non conosciamo e che invece faremmo bene a indagare.
«Quando compri, voti. Può servire molto dare un voto con la tua spesa. Se non compro carne, do un voto negativo a chi “produce animali”».
Questo ci dice Claudio poco prima di portare al mercato i suoi prodotti della terra, grazie alla quale si sostenta per ciò che non riesce a procurarsi da solo. Ha pensato anche di comperarsi un computer per essere più in collegamento con i suoi amici, ma poi ha desistito perché – spiega – tutto il giorno nel campo e nel bosco avrebbe potuto usarlo solo alla sera, ma «Alla sera preferisco sedermi al telaio».
È una delle ultime frasi che il film raccoglie. Dopo lo vedremo intento a selezionare frutta e verdura da mettere nelle cassette e da caricare sull’ape, anni ’70 pure lei e ben tenuta, e ad avvicinarsi alla città. Dopo lo sterrato, arriva l’asfalto dello stradone dove passano enormi TIR che lo sorpassano irritati dalla sua lentezza. Sono giganti pericolosi, ma non riescono a fermare il suo cammino lento e regolare verso il mercato.

19 ottobre 2016
Ilaria Beretta