È fresco di stampa l’ultimo scritto di Margherita D’Amico, Socrate 2896 (Bollati Boringhieri); abbiamo usato la parola scritto e non libro cercando di interpretare al meglio il nuovo lavoro dell’autrice che, dopo saggi molto duri come La pelle dell’orso (Bompiani, 2012) sul trattamento che l’uomo riserva agli animali, adesso sceglie la forma del dialogo e dell’emozione per parlare ai suoi lettori senza barriere, in modo diretto, come lo fanno i suoi personaggi. La notte prima di essere ucciso il toro Socrate parla con Lucilla, la ragazzina sua amica di pari sua età, 7 anni, dei segreti della vita e di come si può riuscire a credere nell’immortalità e nell’Amore, anche vivendo in mezzo a umani che non hanno capito ancora niente.

La copertina di Socrate 2896 è molto accattivante: a prima vista sembra un libro per ragazzi per il disegno elegante e fumettistico che in copertina ritrae i due protagonisti, però a guardare meglio è molto serio. Domandiamo così subito all’autrice: A chi è diretto il tuo lavoro?
Spero a tutti! È nato dall’elaborazione di appunti che ho raccolto in questi anni. L’idea iniziale era quella di scrivere un saggio, asciutto ed essenziale, poi ho preferito la forma narrativa: Socrate e tutti gli animali obbiettano delle cose, tra alcuni di loro c’è un legame profondo: Mi ha interessato proporre le riflessioni affettuosamente con il dialogo.

La parola “dialogo” e il fatto che il protagonista si chiami Socrate, richiama i dialoghi di Platone e soprattutto a quello in cui il filosofo Socrate poco prima di morire lascia un testamento spirituale ai suoi amici Anche il tuo Socrate fa lo stesso, hai pensato anche questo nella stesura del testo?
Affatto. Il mio Socrate è un toro maremmano realmente esistito. Come giornalista ho fatto un’inchiesta in un allevamento irregolare gestito, o meglio, lasciato completamente andare dalla Regione Lazio. Vi si allevavano animali per la carne e mucche frisone da latte con metodi intensivi. Nel frattempo avevo conosciuto anche un veterinario addetto ai macelli che mi aveva raccontato della morte “da re”, dignitosa e consapevole, che aveva visto fare a un toro maremmano e che l’aveva colpito e commosso. Quando sono arrivata all’allevamento per l’inchiesta e vedendo che avevano anche tori maremmani, usati per la riproduzione, ho raccontato la storia del veterinario e una ragazza, lì, si è messa a piangere esclamando “Era il nostro Socrate!”. È vissuto realmente, questo toro di grande intelligenza e personalità, poi macellato.

Non potevano salvarlo?
Erano semplici impiegati, si erano affezionati a Socrate perché lui, come i suoi compagni, viene usato per 7 o 8 anni e quindi avevano avuto tutto il tempo di conoscerlo bene e di volerli bene.

«Libertà e integrità sono l’unico patrimonio degli animali e delle piante»

Nel tuo libro la morte sembrerebbe la protagonista, eppure non è mai un testo buio, Socrate invita la sua amica, la ragazzina Lucilla a pensare che si vive infinitamente…
Noi umani abbiamo paura della morte, gli animali proteggono la loro vita, si difendono ma senza innescare meccanismi di paura costante. L’uomo vorrebbe chiamarsi fuori dal ciclo vita/morte e non riuscendoci si prende un risarcimento infliggendo supplizi e schiacciando le altre vite, e facendosi sempre uno sconto morale. Eppure continuiamo a morire e continuiamo a non accettarlo. Lucilla dice al toro, suo amico da sempre, visto che sono cresciuti insieme: “Come faccio senza di te?” e Socrate, che sa che il giorno dopo sarà condotto al macello, la invita a guardare al momento presente che è già un conto alla rovescia, che deve essere preso dal fondo e non dall’inizio come facciamo, turbandoci del fatto che i giorni possano finire.

Parliamo di Lucilla, la bambina protagonista del racconto.
Lucilla è un personaggio che incontro per la seconda volta. Era già stata protagonista del racconto L’utilità naturale dell’amore nella raccolta 7 di noi (Bompiani, 2014). Una bambina con una famiglia difficile alle spalle ma capace di dialogare con tutti gli animali, grazie alla sua sensibilità.

Qual è l’insegnamento che Lucilla trae dalle parole di Socrate?
Se tu ami tutti gli esseri viventi depositi una parte di te negli altri e sei già immortale qui e ora.

Il racconto si apre e si chiude con una bussola…
Sì, il veterinario addetto alla macellazione scopre a terra la bussola che Lucilla ha messo sulle corna di Socrate come prestito, in garanzia che si rivedranno e anche lui, il veterinario, come è accaduto realmente, nonostante la sua durezza si commuove. Qualcosa ha scalfito la sua indifferenza. Ho voluto dare un segnale di apertura.

Commozione come segno di speranza?
È importante sentire e non essere indifferenti.

Nel dialogo ci sono anche la denuncia della sperimentazione sugli animali e una riflessione sul consumismo.
È Lucilla stessa che afferma di non voler essere chiamata “consumatrice”, e non capisce come mai le persone non si scandalizzino a essere chiamate così.

Un ragionamento molto serio per una bambina…
Lucilla ha perso il padre, un militare vittima dell’uranio impoverito e la madre vive con uomo che alza le mani: ha fatto presto a maturare.

A proposito di bambini, nella filastrocca che Socrate recita per Lucilla le dice: «Ti parlo senza rumore», come fanno in fondo tutti gli animali. Come possono i bambini preservare la naturale empatia che permette loro di intendersi con gli animali facilmente?
La cosa più importante è l’esempio. Tutta la società è fatta per mistificare la violenza perpetrata sugli animali. Basta vedere le confezioni dei cibi con la mucca o il maiale sorridenti. I genitori dovranno prima convincere se stessi che gli animali non devono essere uccisi o fatti soffrire e i figli capiranno senza sforzo che ciò che si ha intorno è bello e da rispettare. I bambini hanno una carica energetica potente che va indirizzata, ma il modello attivo rimane quello più efficace.

Ilaria Beretta
11 novembre 2016