PASQUA 2017: MENO AGNELLI UCCISI

Ce lo racconta l’ANSA ma lo registra la FIPE – Federazione Italiana Pubblici Esercizi: in questo 2017 un ristorante su quattro non proporrà nel suo menu pasquale piatti a base di agnello e capretto e, inoltre, in questi menu si potranno trovare in grande percentuale e varietà pietanze realizzate con ingredienti a filiera corta e con prodotti biologici. È quindi un dato forte e interessante che il consumo di carni di quelli che non sono nient’altro che cuccioli sia ancora diminuito rispetto agli anni precedenti, passando da 4.500.000 di animali macellati nel 2010 a meno di 1.500.000 attualmente. Per chi ha fatto la scelta vegetariana e vegana questo è motivo di speranza che il cambiamento e i “lavori in corso” che stanno operando dentro le coscienze, continuino la loro avanzata e giungano all’inevitabile conclusione: una società che vuole essere non violenta e in pace deve cominciare dal rispetto della vita degli animali.

TRADIZIONE RELIGIOSA E ABITUDINE

Ma perché persiste ancora questa brutale tradizione che ci riporta immediatamente ai fiumi di sangue biblici in una società che, per contro, è andata sempre di più verso il libero pensiero, l’ateismo, l’agnosticismo, lo scetticismo o addirittura l’indifferenza?
Potremmo subito dire che attualmente chi fa la spesa, chi decide cosa comperare e quindi è responsabile per la maggior parte dei consumi, è una maggioranza di persone in età compresa tra i 40 e gli 80 anni, magari cresciuta con una tradizione, se non religiosa almeno di costume, e quindi alla fine dei conti, di abitudine: gesti che vanno avanti per una sorta d’inerzia, ma che sono responsabili della mattanza di animali innocenti.

SACRIFICIO E CONVIVIALITÀ

Possiamo però analizzare più nel profondo: sacrificare un animale su un altare, che sia in un tempio, in una chiesa o su una tavola imbandita, dovrebbe palesare senso religioso nell’atto di ringraziare per ciò che si è ricevuto o in quello di acquietare un dio terribile e stizzoso. In ogni caso, il sacrificio richiede un credo trascendente, che va oltre il sembiante. Ma anche da queste angolazioni la giustificazione dell’uccisione di una vittima sacrificale non regge, ce lo dice il teologo e studioso Paolo De Benedetti nei suoi saggi In paradiso ad attenderci (Edizioni Sonda, 2013) e Sulla Pasqua (Morcelliana, 2001).
Paolo De Benedetti, scomparso pochi mesi fa, ha scritto e lavorato l’intera sua vita per conciliare credo religioso ebraico-cristiano e rispetto per gli animali, e in questi scritti ci spiega che volendo rispettare la tradizione religiosa, il gesto di riunirci a tavola è già il rito e non deve più comprendere il sacrificio dell’agnello perché questo è sostituito dalla convivialità. Il riunirsi intorno allo stesso desco con parenti e amici, significa anche superare tensioni e dissapori, perdonare in nome di qualcosa di superiore: in pratica il rito pasquale ha come caratteristica quella di ricordare un momento importante della nostra fede, e facendolo insieme a chi abbiamo di più caro ne sottolineiamo l’immenso valore. Quindi la “Buona Pasqua” cessa di essere sacrificale per diventare “memoriale”.

VITE NON SACRIFICABILI

Un pensiero profondo e bellissimo al quale possono aderire tutti, anche coloro i quali considerano la Pasqua una festività come altre e senza alcuna valenza religiosa, e per le quali l’elemento umano di vicinanza con le persone che si amano diventa fondamentale. Noi invitiamo tutti a includere in questo pranzo della memoria, concreto e simbolico insieme, le vite non sacrificabili di tutti gli animali.

Ilaria Beretta
13 aprile 2017